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... La Toscana raccontata (senza fretta) da Damiano Andreini
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Arte e natura in Toscana:
la saga del Cipresso (1)



E' il momento di dedicare una sezione alla storia dell'arte toscana, per evidenziarne soprattutto quegli elementi che meglio la collegano al carattere e all'immagine della nostra terra. Così sono tornato a scorrerne le immagini: prima a memoria, poi su alcuni libri; ma l'immenso patrimonio artistico della nostra regione offre infiniti spunti di discussione.

In effetti c'è un leit motiv, quasi una costante, che tiene legati come perline di una collana sia gli affreschi che i dipinti di oltre mille anni d'arte toscana: non è un elemento di stile nonostante che, senza le sue geometrie, l'effetto stilistico di molte opere d'arte non sarebbe lo stesso; non è un dato iconografico, anche se, senza di esso, il significato del quadro ne risulterebbe appiattito. Si tratta di un albero, più precisamente dell'albero-simbolo della nostra regione: il Cipresso.


Prima di tutto, va detto per onestà che il Cipresso non è nato in Toscana: la sua culla è nel bacino del Mediterraneo orientale, idealmente fra la Persia (attuale Iran), l'Egitto e la Grecia, dove infatti vegeta spontaneamente. In Italia fu importato dai Fenici e dai Greci e in Toscana, insieme a tutto il resto, certamente dagli Etruschi. Ciò ci interesserebbe poco se non si dicesse che il Cipresso, molto prima di abbellire i viali e i giardini sulle colline toscane ha avuto un'importanza ornamentale e simbolica praticamente ininterrotta per 3000 anni. Cipressi snelli e slanciati venivano regolarmente introdotti nei giardini dei leggendari palazzi persiani. Ugualmente ad Atene se ne sottolineava con piacere l'intrinseca eleganza formale.

Gli Egizi esaltavano la nobiltà della sua fibra utilizzando esclusivamente il cipresso per costruire i sarcofagi per la sepoltura dei defunti. Anche Etruschi e Romani ne collegarono il significato simbolico alla sfera mortuaria: per l'usanza di piantare alberi di cipresso intorno ai cimiteri e alle singole tombe di personaggi illustri - adducendo il motivo che la profumata resina di cipresso fosse capace di coprire l' odore dei defunti - la sua immagine fu presto colorata di un alone funereo.


Molto meno funerea era l'immagine che gli artigiani avevano del legno di Cipresso, utilizzato da tutti e da sempre perché praticamente incorruttibile al tempo e alle intemperie. Con la sua fibra fitta, compatta e regolare, è pregiato per qualunque realizzazione, dagli scafi delle navi ai portoni di ville e palazzi, dai mobili lussuosi agli strumenti musicali più raffinati. Non solo: secondo la Bibbia l'arca di Noè era costruita di Cipresso, e anche per la Croce di Cristo, secondo la tradizione si utilizzò questo legno oltre al cedro e al pino. Dunque anche in ambito giudaico e poi cristiano il Cipresso era considerato un simbolo di eternità, al pari del Cedro, il che ci riporta immediatamente in Toscana. Durante il Medioevo, il Cipresso era la pianta che accompagnava la fondazione e la vita di ogni convento e monastero: i cipressi servivano da barriera frangivento, come delimitazione dello spazio sacro da quello laico, ed avevano anche una funzione simbolica: collegandosi alla tradizione biblica, che individua al centro della Gerusalemme Celeste l'albero della Vita, i monaci erano soliti piantare al centro del loro chiostro un albero di Cipresso o di Cedro, così da richiamare l'immagine dell'eterna città che brilla «pari a una gemma di diaspro cristallino». Dunque, da oltre mille anni, il cipresso è l'inseparabile compagno di ogni chiesa, pieve o convento lungo tutta la campagna toscana: vi rappresenta un simbolo di immortalità (il cipresso è un albero sempreverde, e il suo legno è resistente nei secoli, è spesso richiamato dalla tradizione biblica), di distacco dal "mondo" e ha anche l'importante funzione di contrastare il vento che intorno agli edifici sacri, costruiti di solito alla sommità delle colline, è spesso piuttosto intenso.


A partire dal '300 - quando Dante Alighieri espulso da Firenze componeva la sua Divina Commedia e Giotto ad Assisi rivoluzionava per intero il concetto stesso di arte figurativa - il Cipresso faceva la sua comparsa nei lussureggianti giardini delle ville extraurbane di nobili e borghesi fiorentini, già bramosi di raggiungere, su suggerimento di umanisti come Boccaccio e Petrarca, quell'ideale classico di vita idilliaca da consumarsi lentamente in un ambiente verdeggiante e prosperoso. E' qui, fra le morbide colline toscane e nelle opere d'arte volute da quei colti facoltosi mecenati del Rinascimento, che il Cipresso gioca un ruolo fondamentale, proponendosi come cornice reale o ideale dei loro sogni e delle loro ambizioni. Di questo argomento, che ovviamente merita uno spazio maggiore rispetto a quanto me ne sia ragionevolmente rimasto, parliamo nei prossimi brani...

Cipressi 1, 2, 3 e 4.


Damiano Andreini


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