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... La Toscana raccontata (senza fretta) da Damiano Andreini
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La Verna:
«lo più sacro fra i Monti»


Giotto,  "La predica agli uccelli", 1290-95


Nel corso di questo nostro Viaggio in Toscana, abbiamo seguito le tracce di etruschi antichi e moderni, abbiamo fantasticato sulle leggende popolari delle terre maremmane, abbiamo scoperto antiche spade incastonate nella roccia dorata delle colline senesi. Siamo anche saliti sulle impalcature di certe chiese fiorentine a fianco di pittori-acrobati, ad osservare e quasi annusare il profumo del colore appena steso sull'intonaco ancora fresco. Abbiamo sperato per il destino di povere streghe e di burattini dal naso lungo, siamo salpati alla volta di isole "non troavate" e ci siamo immersi nelle candide vasche di pietra colme di calda acqua termale.

In questo sta il piacere di una vacanza in un agriturismo toscano: il piacere di fermarsi e ripartire, senza fretta, verso una realtà ogni volta mutevole. Eppure, l'elemento che forse su tutti identifica la vacanza in agriturismo, è il silenzio. In effetti, più di una volta il silenzio mi è stato indicato come la vera scoperta di una vacanza "verde". La maggior parte dei turisti, infatti, proviene dai rumori delle città ed avverte immediatamente la calma di una notte in una camera da letto toscana, quando da fuori giunge solo il canto dei grilli, la pallida luce della luna o quella, ancora più fievole, delle lucciole (queste sì, del tutto silenziose a differenza dei grilli).

Inizialmente mi sembrava una banalità, ma poi ho cambiato idea pensando a cosa alludeva un poeta contemporaneo quando definiva il rumore delle città come «il più terribile dei silenzi» perchè causa di solitudine. La tranquillità delle nostre campagne è un'opportunità da tutelare promuovere: per questo, adesso, vi accompagnerò in uno dei luoghi più silenziosi - e suggestivi - della Toscana:

Il Sacro Monte de "La Verna":

Nel 1224, all’età di 43 anni, Francesco di Bernardone si recò alla Verna. Non era la prima volta che vi saliva, a piedi, insieme ad alcuni compagni: da circa dieci anni, infatti, visitava le pendici del monte Penna con una certa regolarità. Chissà cosa pensò la prima volta, nella primavera del 1214, di quella montagna appenninica al confine fra Toscana e Umbria: si sa che, appena giunto a mezza costa, gli uccelli della foresta si radunarono su una grande quercia per salutare il suo arrivo. Anche per questo il "macigno" del Casentino, sporgente qua e là sui prati aperti o entro grandi boschi di faggi, abeti e frassini, dovette piacergli subito.

Dunque nel 1224, quando in piena estate Francesco - ovviamente san Francesco d’Assisi - vi tornò di nuovo, il silenzio armonioso di quei boschi doveva essergli familiare e caro. Non era la prima volta che vi giungeva, ma sarebbe stata l’ultima. La malaria e la quasi cecità gli avrebbero reso impossibile un nuovo viaggio dalla sua Assisi alla Verna. Egli stesso se ne rendeva conto: credo che il suo ultimo, sofferto soggiorno sul monte della Verna fosse concepito da lui come l’occasione per mettere un punto alla sua esistenza, trarre le conclusioni di un "libro" scritto in lunghi anni di passione e fatica.

Come tutti i giovani imbevuti di cultura cavalleresca (la madre, di origini francesi, lo aveva "iniziato" alla poesia e alla musica provenzale anche Francesco, aveva sognato la gloria delle armi e dell’onore. Fatto prigioniero in battaglia, Francesco d'Assisi studiò anche di partire per la crociata in Terrasanta. Poi un attacco di febbre e un sogno, che gli additava una ben altra crociata, lo persuasero a tornare a casa. Qualche mese dopo, si recò a Roma per visitare la tomba degli apostoli: fu scandalizzato dal contrasto fra il lusso interno della chiesa e lo stato di abiezione in ci venivano abbandonati i mendicanti. Tornando a casa, scese da cavallo per abbracciare e baciare un lebbroso, ciò "che più lo avrebbe ripugnato". Il padre, Bernardone, era un agiato mercante di stoffe che aveva fatto fortuna in Provenza. Per questo scelse di cambiare il nome del figlio neonato da Giovanni a "francesco". Tutto si sarebbe aspettato dal suo primogenito ormai venticinquenne (si era nel 1206), tranne vederselo arrivare, nudo e con i vestiti in mano, proclamandosi sposo di madonna Povertà. Che fosse diventato pazzo?

Se lo era, non era il solo: l’idea di vivere in completa povertà e in perfetta comunione con tutte le creature del mondo fu presto abbracciata da migliaia di persone. Trascorsero diciotto anni da quel giorno di gennaio 1206 all’agosto 1224, quando il "poverello" d’Assisi salì per l’ultima volta alla Verna: nel frattempo, vestito di una rozza tunica legata in vita con una cintura, si era dedicato all’assistenza dei malati in un lebbrosario, alternandola a momenti di preghiera e di predicazione e dormendo, la notte, in una capanna; aveva mendicato pietre in Assisi e con queste aveva restaurato alcune chiese della cittadina umbra; si era recato in Francia, Spagna e perfino in Egitto, dove i crociati assediavano Damietta, città araba ritenuta inespugnabile: Francesco, con tutt’altri propositi, riuscì a farsi ricevere dal saggio sultano Melek al-Kamil, che dopo averlo ospitato per due settimane, lo salutò colmandolo di doni. Ancora in quegli anni, Francesco vide ulteriormente crescere il numero dei fratelli che ne imitavano la vita, ma poi, sempre più spesso, dovette rammaricarsi di alcune scelte operate entro l’Ordine da lui fondato: l’insegnamento nelle scuole di teologia, il possesso di immobili, le sempre maggiori deroghe allo stile di "vita nuova", tradivano alla base il matrimonio con madonna Povertà.

I "Fratres" di Francesco si stavano pericolosamente "avvicinando al mondo", allontanandosi da lui: "da questo momento io sono morto per voi", pronunciò. Era questo lo spirito che lo accompagnò, tra foreste di faggi e castagni e attraverso radure popolate di cinghiali e sorvolate da falchi e poiane, fino al silenzio della Verna, nell’agosto del 1224. E proprio là, meditando con angoscia sui suoi passi antichi e recenti, sul fallimento storico della sua "impresa", finalmente invece si calmò, consapevole di non aver sbagliato: «Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani distese e i piedi uniti, confitto ad una croce. Due ali si prolungavano sopra il capo, due si dispiegavano per volare e due coprivano tutto il corpo... Mentre [Francesco] era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso...».

Due anni più tardi, quell’uomo piccolo, scuro di capelli e di carnagione, che chiamava "fratelli" il fuoco e il vento e "sorelle" la terra e l’acqua, e che volle tenere nascosta il più a lungo possibile la realtà delle stigmate, avrebbe incontrato "Sorella Morte" ad Assisi, deposto poi "nudo sulla nuda terra" come aveva richiesto. Divenuta famosa in tutto il mondo come luogo in cui San Francesco d’Assisi ricevette le stigmate, la Verna (1223 mt. s.l.m. ) ha continuato ovviamente ad essere frequentata nel corso dei secoli.

Chi vi arriva, lasciando alle spalle le valli dell’Arno e del Tevere, può visitare il Convento, il Sasso Spicco, il Corridoio delle Stimmate ed altri luoghi di memoria francescana, oltre ad ammirare uno dei più bei complessi di terrecotte Robbiane del Quattro- e Cinquecento. Ma ancora oggi, nonostante sia frequentato ogni anno da migliaia di persone, il Sacro Monte della Verna continua a comunicare un intimo silenzio. Ve ne accorgerete: alle pendici di un monte, sospesa fra la terra e il cielo, la Verna è ancora teatro di un evento sostanzialmente segreto.


Damiano Andreini

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